Il grande dialogo dell’arte: pablo atchugarry si racconta a spazio the box
L’arte come linguaggio universale tra le epoche, le persone e gli spazi: a tu per tu con lo scultore che dialoga con la vita.
Arrivando da Spazio The Box è impossibile non soffermarsi ad osservare la scultura di Pablo Atchugarry che accoglie gli ospiti all’ingresso del Ristorante Olio. Realizzata in caldo marmo rosa con linee profondamente verticali, l’opera “Senza Titolo” dell’artista uruguayano si slancia dal suolo con un dinamismo che viene acceso e potenziato dal gioco materico di pieni e vuoti.
Lungi dall’essere semplice “assenza”, le tre aperture che danzano sulla scultura sono come porte aperte verso un altrove, un invito a guardare oltre il tempo e lo spazio e ad entrare in dialogo col tutto.

Partendo da questo esemplare, Spazio The Box ha ripercorso con Pablo Atchugarry gli elementi principali della sua esperienza artistica e professionale.
Pablo, come sai, Spazio The Box è orgogliosa di ospitare la tua opera “Senza Titolo” in marmo rosa del Portogallo. C’è un’esperienza o un ricordo particolare legato a questo esemplare?
Questa scultura mi fa inevitabilmente pensare alla mostra “La vita della materia” curata da Paolo Meneguzzo e allestita nel 2021 nella Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano.
Si tratta della mostra più importante della mia carriera, non solo per il prestigio di aver potuto esporre in un luogo storico di Milano, ma anche per la possibilità di far dialogare la mia arte con quella del passato.
Allestire l’esposizione in una sala che porta incisi su di sé i segni dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale, senza oscurarne la storia e senza che le mie opere fossero fagocitate dall’ambiente stesso, è stata una grande sfida.
Con il suo restauro solo parziale, la Sala delle Cariatidi è a tutti gli effetti un monumento agli orrori della guerra così come lo è il “Guernica” di Picasso che vi fu esposto nel 1953.
Collocare le mie opere in un contesto così ricco di storia significava per me aprire un dialogo tra le arti del passato e la mia arte presente.
La scultura è per me un linguaggio che trascende il tempo e vive attraverso la materia e penso che le opere che ho esposto nella Sala delle Cariatidi siano perfettamente simboliche della capacità dell’arte di dare nuova vita alla materia, di restare in ascolto delle opere del passato e di arricchirne il messaggio.
L’arte come scintilla di nuova vita?
Assolutamente sì. Nel 2015 in occasione dell’Expo di Milano ho cercato di esplicitare proprio questo concetto con la mia opera “La vita dopo la vita”, un titolo che voleva trasmettere tutto il mio impegno nell’infondere nuova linfa vitale ad un oggetto morto come era il tronco di ulivo che è alla base della scultura.
Conservavo quel tronco secco da molto tempo perché sentivo che doveva dirmi qualcosa, finché all’improvviso mi ha “parlato”: quell’ulivo secolare era stato testimone di una parte della storia umana e voleva tornare a vivere e parlare grazie alla scultura, abbracciando idealmente tanti secoli.
Quindi sì, grazie all’arte un oggetto ormai morto può rianimarsi e dialogare con l’umanità.

Sempre pensando al rapporto tra arte e vita, il Pablo artista e il Pablo uomo come coesistono e come vivono l’arte?
Non penso che esistano un Pablo uomo e un Pablo artista separati. Semplicemente per me l’arte è un bisogno vitale ed esistenziale; non è qualcosa che io possa separare dal mio essere, è proprio il mio modo di esistere.
L’arte è la mia spinta vitale, ciò che mi porta sempre avanti, a sperimentare, scolpire, a non fermarmi. Ho capito che l’arte era la mia missione già da bambino e da allora tutte le mie energie sono votate ad essa.
Sono passati anni da quando Pablo Atchugarry era un esordiente alle prime armi, eppure sembra che nonostante la fatica fisica e psicologica il ritmo creativo non abbia rallentato affatto. Qual è il segreto di una produzione artistica così intensa?
Più che un segreto si tratta di un cambio di prospettiva. Come uomo sento inevitabilmente che il tempo è passato e ho una urgenza espressiva dettata dall’incertezza sul futuro. Quanto tempo mi resta per vedere le mie opere? Riuscirò a portarle a termine?
Vivo in corsa contro il tempo, sento un impeto creativo potente perché voglio sfruttare ogni momento al meglio finché riuscirò a farlo.
E certamente la fatica artistica nel tuo caso è anche fatica fisica e muscolare per la realizzazione di opere monumentali. C’è un motivo particolare che ha indirizzato la tua produzione verso esemplari tanto maestosi?
Sicuramente le opere monumentali hanno rivestito un ruolo chiave nel mio percorso perché come artista sentivo la necessità da una parte di misurarmi con sculture che richiedevano più tempo per essere realizzate e, dall’altra, di scoprire se fossi davvero capace di creare opere in grado di collocarsi poi in parchi, giardini e grandi spazi senza sparire nell’ambiente circostante. Avevo bisogno di mettermi alla prova.
Quali sono le opere monumentali a cui sei più legato?
Direi che le più significative per me sono state “Omaggio alla Civiltà e Cultura del Lavoro Lecchese” di Lecco; “Obelisco del Terzo Millennio” a Manzano e senza dubbio “L’abbraccio cosmico”.
Quest’ultima è un’opera di 56 tonnellate e 8,6 m di altezza che cerca di essere un abbraccio verso l’universo, verso il cosmo, ma anche verso l’altro. Ci tengo particolarmente perché per me è portatrice di un messaggio di accoglienza umana, è il mio modo di dire che non siamo mai soli e che possiamo abbracciare tutti, anche lo sconosciuto.

Quindi un’arte che dialoga con il tutto?
Sicuramente e in senso molto ampio.
L’arte per me è come un ponte attraverso l’esperienza umana: l’arte presente dialoga con l’arte passata e con i posteri, le opere monumentali escono dal museo ed entrano in relazione con la vita cittadina, le sculture abbracciano idealmente il cosmo, il legno secco torna a parlare con l’umanità.
E questo vale non solo per la mia arte ma per tutte le arti, che sono sempre in dialogo tra loro.
Spazio The Box, con la sua pluralità di anime e passioni, condivide profondamente l’idea del maestro Atchugarry. I nostri spazi si affacciano fisicamente e idealmente gli uni sugli altri, mondi diversi in dialogo costante, mille voci e un solo contenitore. Da Spazio The Box l’arte motoristica incontra quella culinaria che incontra quella scultorea e botanica, regalando agli ospiti una vera e propria esperienza immersiva, da vivere assecondando le proprie passioni.
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